Approfondimenti
Uècaro! Sientete stu disco!
Tra critica sociale e resistenza: un anno di "M’aggio distratto n’attimo

Un giorno, giravo su una nota piattaforma di streaming a caccia di ispirazioni e cose nuove. A un certo punto l’algoritmo algoritma e leggo un nome: Uècaro. Ua è geniale.
Alla fine ho diggato e ho capito: questi so’ professionisti veramente!
Dietro il progetto c'è l’unione di due teste: Corrado Cirillo, bassista e docente, e Ciro Perrotta aka Op.Rot, colonna dell’underground napoletano attiva dal 2000. Attorno a loro, Vincenzo Saetta (sax), Felice Chiaravalle (chitarra), Francesco Varchetta (batteria) e il maestro Dj Fakser agli scratch. Lì ho scoperto di non aver scoperto un cazzo. Avevo davanti una realtà che la musica la mastica, la studia e la suona da una vita. E si sente. Oggi questo lavoro compie un anno e per l’occasione ho deciso di dirti cosa ne penso. Metto play e dopo pochi secondi capisco che non è il solito disco di virtuosismi fighi ma insensati. Jazz e Rap non sono "accostati" , sono fusi. È un suono già amalgamato, già digerito. La title track sa di quando torni il sabato sera, ubriaco e giri per la città con lo sguardo su un punto fisso da 2 ore. È la prospettiva di chi si lascia attraversare dal caos e dalle contraddizioni di Napoli. Segue “Chiove fino fino” , un piccolo capolavoro di impressionismo urbano che rappresenta in parole l’immagine riflessiva di una Napoli sotto la pioggia. Te la fa chillare tra il sax di Saetta e gli scratch del maestro Dj Fakser. Poi arriva “A mana nera” , che per deformazione partenopea ho immediatamente associato all’omonima di Mario Trevi. Per chi non lo sapesse la Mano Nera è un metodo di estorsione figlio dell'emigrazione di ritorno dagli USA. “Pe vintinove e trenta” è una grande critica sociale. Parla dell’effetto dull’uomo dell’apparenza e del consumismo. Un uomo che viene poi stritolato dagli ingranaggi della crisi e della guerra.
“Boccettone” , poi, è un omaggio agli ultimi. A quei personaggi di strada che non hanno niente ma che trasformano il dolore in disegni sui muri e che, nonostante tutto, sanno ancora fare una linguaccia per regalare un sorriso. E solo dopo arriva “Bella e ‘ncazzosa” un amore verace, verso una donna inarrivabile e per questo irresistibile. Poi c’è “Pontiac Firebird” , il mio preferito. La band si diverte e si sente. È un esercizio di stile su un sample di uno sketch purtroppo a me sconosciuto in cui la “Pontiacc(a)” è un doppio senso per… vabbuò, hai capito. “Favelian” con Shaone vince già in partenza con la presenza di uno dei padri fondatori dell’hip hop napoletano con La Famiglia. È una radiografia spietata del degrado urbano, della malavita giovanile e del fallimento delle istituzioni. “Fall e pedala” è la cura a “Favelian”: la metafora della bicicletta come fuga e liberazione mentale e spirituale. Resisti e pedala. Last but not least “Uè caro Maestro (Four)” . Un faccia a faccia tra due vecchi amici: uno rimasto fedele alla strada e a se stesso, l’altro che ha fatto i soldi e si è dimenticato da dove viene. A metà pezzo parte una jam session in cui è coinvolta tutta la band. A livello puramente strumentale, sto disco è un’opera di un’ambizione rara. Non siamo di fronte a un semplice disco rap con qualche spolverata di jazz, ma a un organismo vivente dove l'improvvisazione radicale e il groove urbano coesistono. C’è un dialogo costante tra la pulizia del neo-soul e la sporcizia dell’underground. È come se J-Dilla, Miles Davis e Big L fossero venuti in vacanza a Napoli, si fossero fatti un sacco di serate al centro storico, avessero fatto un figlio e dalle mani di quest’ultimo fosse nata questa perla rara. È un disco dove il "free" non è solo uno stile musicale, ma uno stato mentale. La libertà di prendere le strutture pop, accartocciarle, buttarle a favore di una narrazione piu cinematografica. Gli Uècaro hanno costruito un ponte tra Napoli e Detroit, tra conservatorio e strada, firmando un capolavoro di jazz-hop che sa di ragù, miscela per motorini e panni stesi. 10/10.